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Linguaggio da usare quando parliamo di disabilità

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Il dibattito sulla definizione della disabilità è stato molto acceso negli ultimi anni. Per vari decenni, infatti, è stato perpetrato un uso scorretto di numerosi termini che si riferiscono alle persone con disabilità, quali “diversamente abile”, “inabile”, “handicappato”, “portatore di handicap”, “ritardato”, “invalido”. La maggior parte di questi termini è adesso considerata offensiva, o quantomeno scorretta. Ma la battaglia per la riconsiderazione di questi termini è stata lunga e, in realtà, non è ancora finita.

Visioni della disabilità negli anni

Per capire meglio cosa intendiamo quando parliamo di disabilità e in che modo dobbiamo relazionarci con essa, possiamo cominciare facendo riferimento a quanto fu affermato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel documento sulla “Classificazione Internazionale delle Menomazioni, Disabilità e Handicap”. Nel 1980, questo distingueva tre livelli:

  • Menomazione, intesa come qualsiasi perdita o anomalia permanente a carico di una struttura anatomica o di una funzione psicologica, fisiologica o anatomica (esteriorizzazione)
  • Disabilità, intesa come qualsiasi limitazione o perdita (conseguente a menomazione) della capacità di compiere un’attività di base (quale camminare, mangiare, lavorare) nel modo o nell’ampiezza considerati normali per un essere umano (oggettivazione)
  • Handicap, inteso come condizione di svantaggio, conseguente a una menomazione o ad una disabilità, che in un certo soggetto limita o impedisce l’adempimento di un ruolo sociale considerato normale in relazione all’età, al sesso, al contesto socio-culturale della persona (socializzazione).

Con gli anni ci si è resi conto che questi termini non erano corretti. Pertanto, già nel 1999, l’OMS ha pubblicato la nuova "Classificazione Internazionale delle Menomazioni, delle Attività personali (ex-Disabilità) e della Partecipazione sociale (ex handicap o svantaggio esistenziale)".  Nella nuova Classificazione, il termine "handicap" viene definitivamente e coraggiosamente abbandonato. “Una persona “ scrive Canevaro, il padre della pedagogia speciale in Italia “è relativamente handicappata, cioè l’handicap è un fatto relativo e non un assoluto, al contrario di ciò che si può dire per il deficit. In altri termini, un’amputazione non può essere negata ed è quindi assoluta; lo svantaggio (handicap) è invece relativo alle condizioni di vita e di lavoro, quindi alla realtà in cui l’individuo amputato è collocato.”

Nel maggio 2001, l’OMS perviene alla stesura di uno strumento innovativo e dall’approccio universale: “La Classificazione Internazionale del Funzionamento, della disabilità e della Salute”, chiamato ICF. All’elaborazione di questa classificazione hanno partecipato 192 governi tra cui l’Italia, con l’aiuto di una rete collaborativa denominata Disability Italian Network (DIN). La classificazione si propone di descrivere lo stato di salute delle persone in relazione agli ambiti sociale, familiare, lavorativo, in modo da capire che tipo di difficoltà possono causare le disabilità. Non si propone di descrivere le persone, ma le situazioni, i contesti. Evidenzia  l'unicità e la globalità della quotidianità delle persone e non tanto il fatto che queste abbiano una disabilità fisica o mentale. Si arriva pertanto a una visione nuova e più equa della disabilità.

Definire la disabilità oggi: gli errori comuni e le parole corrette

Un errore che commettono ancora oggi in molti è evidenziare la disabilità invece che parlare della persona. Ma una persona in carrozzina non è la sua carrozzina. Pertanto è sbagliato etichettare le persone dicendo “un disabile/un sordo/un cieco”. Le persone devono essere chiamate col proprio nome. Se proprio c’è bisogno di indicare la disabilità si può dire: “una persona con disabilità”, “persona con disabilità intellettiva”, “persona con sindrome di Down” o “una persona cieca/sorda”. La disabilità è una caratteristica della persona, non è la persona in sé.

La disabilità non è una malattia, bensì una condizione temporanea in cui non si riesce a fare qualcosa. Pertanto devono essere bandite tutte le parole che rimandano a un’idea di dolore, limitazione o impedimento, incapacità e sofferenza. Per lo stesso motivo bisogna evitare un linguaggio compassionevole e sensazionalistico (che è spesso usato dai giornalisti). Non si deve dire “costretto sulla carrozzina” ma “persona che si sposta in carrozzina”, come si deve sostituire le espressioni “affetto da…”, “soffre di…” con “persona con…”

Se ci pensiamo, la stesse espressione “confinato su una carrozzina” che sentiamo spesso, è incorretta a livello di logica. La carrozzina dà la possibilità alla persona con disabilità di muoversi. Pertanto, la persona non è confinata sulla carrozzina, ma anzi, grazie a essa, diventa in grado di spostarsi, di vivere tutte le azioni della quotidianità.

Non dobbiamo definire normali o normodotati gli uni e disabili gli altri: il concetto di “normalità” non esiste. Non dobbiamo neanche cadere nell’altro estremo: ossia di definire i disabili “speciali”, come se fossero eroi. Tra i disabili ci sono persone buone e persone cattive, simpatiche o antipatiche: è come dire che “tutti quelli con gli occhi verdi” sono speciali. È solo una forma di pietismo e di compassione, che finisce inevitabilmente per discriminare chi vuole soltanto essere trattato in modo spontaneo e naturale.

Per questo modo, non dobbiamo mai modificare il nostro linguaggio per cercare di compiacere una persona disabile. Dire “ci vediamo dopo” a un cieco va benissimo, dire “me lo dici dopo” a una persona che usa la lingua dei segni anche, perché si tratta di espressioni che fanno parte della nostra lingua. Proporre di “andare a fare una passeggiata” a una persona in carrozzina è perfettamente accettabile, perché qualsiasi cambio al linguaggio che usiamo ogni giorno implica evidenziare la disabilità quando non è necessario.

Bisogna, d’altra parte, chiamare le cose col proprio nome e non cercare di essere a tutti i costi politicamente corretti. Non ha nessun senso tentare di addolcire parole come “cieco, sordo” con “non vedente, non udente” oppure disabile con “diversamente abile” o “diversabile”. Si può parlare di disabilità in modo spontaneo e corretto, in una maniera che è allo stesso tempo giusta e rispettosa di tutti.